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Racconti erotici di pura invenzione. Scritti da me, uomo, come esercizio di stile; cercando di simulare - e non potrebbe essere diversamente - i punti di vista, i sentimenti, la vita di protagoniste preferibilmente femminili.
1/12/2008 - Per un Atto d'Amore
Come tutti gli anni, ecco un racconto speciale, pensato per il primo dicembre: giornata mondiale della lotta all'AIDS.

Lei mi prese. Dal mio glande, tra le sue labbra, si propagavano brividi di piacere che mi immobilizzavano lì dov'ero. Nudo, sul nostro letto, nella stanza calda che diventava rovente. Era come se la mia sensibilità si fosse amplificata: distinguevo le sue labbra, i suoi denti che mi sfioravano appena e soprattutto la sua lingua che giocava abilmente con me. Le mie mani stringevano forte le lenzuola, le gambe piegate avevano la forza di sollevare appena il mio sedere, nella direzione di quella Bocca che per me era il Paradiso.

Infine lei sollevò lo sguardo, ed i suoi occhi, il suo sorriso si stamparono per sempre nella mia mente. La verità è che ero in balia di Lei, avrebbe potuto fare di me ciò che voleva. Strinse il mio membro nella mano. Fece scorrere il mio glande sul suo corpo: tra i seni, sul suo addome, sull'ombelico, lasciò che si inoltrasse nel suo boschetto ed infine lo guidò affinché entrasse in Lei. Io mi sentivo ipnotizzato da quel sorriso, lei cercò le mie mani, le strinse nelle sue prima di guidarle verso i suoi seni. Sopra di me si muoveva sapientemente, determinata. Le sue gambe mi stringevano i fianchi, respiravo affannosamente e mi sentivo il cuore in gola. Vedere i suoi seni piccoli ed abbronzati sopra di me mi dava le vertigini, mi spingeva oltre.

- Ti amo - mi scoprii a gridare, piangevo.

- Anch'io ti amo! - le sue mani si appoggiavano al mio torace, lei faceva l'amore con tutto il suo corpo. Aveva sempre fatto così.

Quando venni lei tirò indietro la testa, mi accettò tutto. Anzi: sentii le sue grandi labbra stringersi intorno a me, superato l'orgasmo lei tornò a sdraiarsi su di me, senza liberarsi dal mio pene. Mi baciò la fronte, le guance, le labbra. Lentamente i nostri respiri si regolarizzarono. Infine i nostri corpi si separarono, e lei si strinse a me. Accarezzava il mio torace, i suoi occhi brillavano, il suo sorriso non era appassito.

- Alla fine l'hai avuta vinta. - dissi serio.

- Non dirmi che ti dispiace!

- Non te lo dirò, ma sono preoccupato.

Le sue dita giocarono con un mio capezzolo, il suo corpo era caldo, potevo seguire il ritmo lento del suo respiro, il suo cuore che regolarizzava i battiti. Lasciò trascorrere alcuni interminabili secondi.

- Andrà tutto bene. - rispose infine.

Stavolta ero io che non ero in grado di replicare, se non stringendola forte a me.

Ci eravamo messi insieme dopo nove mesi di tira e molla, finché non smisi di fuggire. Eravamo sposati da tre anni ed avevamo sempre fatto l'amore con il preservativo, poi in tua madre crebbe il desiderio di avere un figlio. Erano passati sei mesi di estenuanti discussioni, prima di arrivare qui. Tua madre aveva giocato sporco, ma non ero capace di biasimarla. Così come non avrei potuto perdonare me stesso se le fosse capitato qualcosa, eppure ora gustavo quel momento di gioia, quella calma assoluta: quegli istanti unici in cui il tempo pare essersi fermato, in cui non arrivano rumori nemmeno dalla strada.

Figlia mia. Quando leggerai questa lettera tuo padre non ci sarà più, ed arrivata a 18 anni potresti pensare che io sia stato un incoscente, pronto a mettere a repentaglio la vita di tua madre, oltre che la tua! Per questo desidero che tu sappia del tuo concepimento, che tu sia a parte dell'enorme atto d'Amore di cui tua madre fu protagonista.

Per fortuna - per pura fortuna - né tu né lei risultaste contagiate, ed io non trascorro un solo giorno senza ringraziare Dio di questo, lo ringrazio anche se so che i miei giorni sono ormai agli sgoccioli. Non lo pensavo possibile, ed invece sono pronto. Sono pronto ad abbandonare te, che sei nata appena sei mesi fa, e tua madre. Penso che, attraverso di te, ho lasciato qualcosa di me, era ciò che desiderava Lei. Penso che attraverso di te anch'io ho vinto, infine, la mia ultima battaglia contro l'AIDS.


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26/6/2008 - Gardenia e Vaniglia

Premessa: questo non è un mio racconto, ma di un'amica speciale. Lo ha dedicato a me, ma era troppo bello per rimanere solo mio. Le storie, i libri, come uccelli dovrebbero volare liberi; passare di mano in mano. Vivere. Arricchire tutti coloro che si fermeranno a leggerli. Quindi, con l'approvazione della dolce Silvia, eccovi un racconto speciale!


Erano già le 19 di un torrido martedì di luglio, quando finalmente giunse in cima alle scale, aprì la porta...e d'istinto si gettò trafelata sul divano, solo due minuti per riprendere fiato dopo una giornata frenetica, pregustando già il getto d'acqua fresca che l'attendeva di lì a poco.

Con un solo gesto si liberò delle ballerine bianche che indossava dalla mattina, sollevò appena un pò il sedere per sfilarsi i jeans aderentissimi...e il top bianco...in un attimo fu sotto la doccia...l'acqua appena tiepida accarezzava il suo corpo, dandole una piacevole sensazione di libertà...e suscitandole suo malgrado desideri già da troppo tempo sopiti...era da moltissimo tempo che un uomo non la desiderava nel modo in cui lei avrebbe voluto...e questo le mancava davvero...al diavolo, decise che per quella sera sarebbe andata diversamente...Silvia era cambiata, non voleva più restare in casa a leccarsi le ferite, fuori c'era un mondo giocoso che l'attendeva, e lei , in fondo aveva tanto bisogno di sentirsi ancora viva.

Prese il cellulare e decise di fare una pazzia...

Quel numero...quel numero che la tormentava...che continuava a chiamarla, persino nel cuore della notte...quel numero sconosciuto di cui non sapeva nulla, se non la voce, una voce calda e sensuale, che la sorprese, la prima volta che la sentì..e al tempo stesso le diede un brivido...quella voce voleva risentirla..allora raccolse tutto il suo coraggio...e...lo compose...aspettò..finchè dall'altra parte...lui non rispose..."Pronto".."Ciao" rispose lei...con un tono che tradiva l'emozione...

Scese il silenzio..colse la sorpresa nella sua pausa..."ti va di vederci?" propose lei...meravigliandosi della sua sfrontata audacia..."Certo" rispose lui...dammi solo il tempo di prepararmi, un'ora e son da te"

Mille pensieri attraversarono la sua mente durante quella lunghissima ora...aveva invitato uno sconosciuto a casa sua...doveva proprio essere matta...irrazionale...ma il pensiero le aveva messo addosso uno strano turbamento..voleva smetterla di vivere il passato, di essere sempre e solo la brava ragazza, quella che tutti desiderano come figlia...quella di cui tutti parlano sempre e solo bene...magari se ne sarebbe pentita, in fondo, cosa sapeva di lui? Solo il numero di telefono...e il ricordo fugace di una figura maschile abbastanza piacente, intravista un giorno all'uscita dal lavoro...il suo ammiratore segreto...quello che le faceva trovare una rosa rossa ogni mattina sulla sua scrivania...già le colleghe ci avevano ricamato su abbastanza...figuriamoci se avessero saputo l'evolversi della storia!

Comunque ormai era fatta, non poteva tornare indietro, sarebbe stato sciocco, oltre che infantile...

Si preparò con cura...l'immagine che le rimandava lo specchio era quella di una donna non più ragazzina, ma ancora abbastanza piacente..indossò un tanga di pizzo bianco, il suo preferito...e un vestitino di lino bianco, molto corto, la cui scollatura lasciava abbondantemente scoperta, la sua quarta abbondante...oltre che le spalle, l'effetto era notevole...la sua pelle abbronzata esaltava il tutto in un modo speciale..completò l'insieme con un paio di sandali di corda intrecciata, con un tacco molto alto, diede un'ultima occhiata alla sua immagine allo specchio e si sorrise compiaciuta, si..poteva andare..lasciò i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, ancora umidi...un pò di mascara e un filo di gloss rosato ed era pronta..non aveva bisogno di molto, lei...

Si sedette sul divano, impaziente...mancavano pochi minuti alle 21..l'ora fatidica...

Mille pensieri le si affollavano nella mente..e se...e se...e se....decise di scacciarli mettendo su un pò di musica soft...e accendendo delle candele profumate...gardenia e vaniglia, sensualità e dolcezza, ecco, erano queste le sensazioni che voleva suscitare in lui.

All'improvviso il suono del citofono la ridestò dai suoi pensieri, era lui, ed era lì...un turbine di sensazioni la invase...sentì quasi le gambe cedere...per l'emozione, quando aprì la porta, e se lo trovò davanti, elegante, bello più di quanto ricordasse...e in un attimo fu tra le sue braccia.

La sua bocca le sfiorò una guancia, cercando la sua, sapeva di buono, le mani erano scese ad accarezzarle i fianchi e la schiena...la sollevò e prese in braccio, continuando a baciarla voracemente, non servivano parole, erano già sul letto...solo un attimo e quel vestitino le era scivolato già ai piedi...adesso era quasi nuda ai suoi occhi e anche lui, nel frattempo si era liberato della camicia e dei calzoni molto rapidamente.

Si era sdraiata sul letto...mentre la bocca di lui la frugava....un fuoco l'invadeva, a ondate, mentre la sua bocca vorace dopo averle tormentato a lungo i capezzoli, ormai turgidi, era scesa giu...verso l'ombelico, a giocarci dentro...e poi scesa ancora...a giocare un pò con la stoffa dei suoi slip, la annusa, il suo odore lo pervade...inebriandolo e al tempo stesso eccitandolo ancora di piu.

La sposta con un dito...e finalmente la vede, quella rosa lucente e umida, che sta per sbocciare al piacere, la sfiora con un dito, tastandone la morbidezza e immergendolo in lei...ha il fuoco dentro...ORMAI!

Si avvicina col viso..la bocca sulla sua fighetta depilata e rosea..lei allarga ancora di più le gambe al tocco rapido della sua lingua, le strappa un gemito...si insinua, la scava dentro, lasciandola senza fiato per l'eccitazione crescente...adesso vuole di piu, lo vuole, non può piu aspettare, allunga la mano...e ne palpa la consistenza...anche lui è molto eccitato...la sua carne calda, il suo piacere le accendono una luce negli occhi...un guizzo, lo mette in bocca, e lo bagna bene, delicatamente all'inizio...alza gli occhi, e incontra lo sguardo di lui, perso nel piacere che lei gli sta dando...si ferma...supina, lo abbraccia e lo tira a se...ora lui è dentro di lei...e ogni affondo la tocca fin nel profondo, facendola quasi urlare dal piacere, lo sente saldo dentro di se, caldo e deciso, mentre le loro lingue giocano...è lui che guida il gioco..e lei..lei è inerme...si lascia sopraffare dalle sensazioni...un turbinio di sensazioni che la lasciano senza fiato, sa che non durerà molto, troppo intenso è il piacere che le dona.

Affonda le unghie nella sua schiena, scossa dai tremiti dell'orgasmo, mentre lui accelera il suo ritmo...e gode assieme a lei...

Restano abbracciati, per attimi interminabili, minuti, forse ore, difficile dirlo..mentre un torpore li invade e si addormentano assieme abbracciati...

L'alba la trova sola...lui è gia andato...è stato tutto un sogno? ...un bellissimo sogno?...no, c'è una rosa rossa sul cuscino, unica testimone di quella notte di follia...


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1/12/2007 - Primo dicembre
Premessa
Ancora una volta sono in una sala riunoni sconosciuta, di una città sconosciuta che non avrò il tempo di apprezzare. L'ennesima due diligence che la mia società è stata incaricata di arbitrare. Ai due lati del tavolo i dirigenti delle due società si guardano un po' in cagnesco; è il primo incontro e nessuno di loro sa ancora se ve ne sarà un secondo.

Di solito a questo punto è la società più piccola, o quella in maggiore difficoltà, a prendere la parola. Non è così. L'uomo dai capelli neri, nel bel completo chiarom, occhi di ghiaccio, sorriso candido - si chiama P. - prende la parola: parla con convinzione, quasi con idealismo. Vedo la diffidenza svanire piano piano dall'altro lato del tavolo. Sono capacità oratorie che ho già visto, cose che riescono a funzionare fino ad un certo punto: puoi addirittura intortare dei giornalisti, ma è difficile con quelli della tua stessa razza!

Per lui non è cosi'... va avanti per più di mezz'ora. Quando finisce un breve silenzio pare volerlo addirittura esortarlo a continuare... invece mi infilo io, lodo la premessa di P. e procedo con i punti dell'O.d.G. la riunione va avanti per altre due ore, una pausa caffè di un quarto d'ora in cui si formano gruppi piuttosto omogenei, qui i dirigenti delle due società si confrontano tra loro, non c'è spazio neanche per l'arbitro ed il successo delle trattative è maggiormente legato a queste chiacchierate che ad ogni altra cosa. Poi altre quattro ore di riunione.

Quella notte
La sera sono sfinita. Rientro nell'hotel quattro stelle che mi ospita per questi tre giorni, tolgo con sollievo il taileur e soprattutto le scarpe col tacco, prendo lo zainetto che avevo già preparato da casa e salgo all'ultimo piano dell'albergo: raggiungo la piscina coperta! Come mi aspettavo è deserta. La presenza di una piscina è più un fatto di immagine per un albergo destinato hai viaggi di lavoro. Indosso il costume olimpico, breve doccia e sono sul bordo della piscina. Le luci sono soffuse, sarebbe un inutile spreco anche per loro, illuminare a giorno una piscina quasi sempre vuota. Il silenzio è assoluto, lo gusto per alcuni secondi. Gambe tese, sollevo le braccia e mi tuffo elegantemente. Faccio la prima vasca per metà in apnea. Arrivo dall'altra parte e mi lascio alle spalle la dura giornata lavorativa, completa del viaggio in aereo che mi ha costretta a svegliami alle 5.30 della mattina.
 - Buonasera - il saluto rimbomba sulle pareti di cemento armato del grande locale, ma sarebbe stato molto peggio se fosse stato "urlato" a pieni polmoni, come sarebbe stato spontaneo fare, visto che il mio interlocutore stava esattamente dall'altra parte della vasca! Mi giro di scatto: non avevo notato affatto il mio compagno silenzioso!
Il cervello associa prima degli occhi la voce al volto di P. mi sorride, i suoi denti mi abbagliano quasi, paiono sbiancati da ore ed ore nel cloro di una piscina. Sorrido all'idea, apparirà come un sorriso di cortesia, e rispondo al saluto.
 - Buonasera, non sapevo alloggiaste qui.
 - Siamo tutti qui, ma i miei colleghi sono già a cena, io avevo voglia di rilassarmi un po'.
 - Anch'io! E' un delitto che le piscine degli hotel siano così scarsamente utilizzate!
 - Buon per noi che cerchiamo di rilassarci!
Ridiamo entrambi, intanto ci avviciniamo lentamente tra noi. La cortesia lo impone, ma per me è un piacere, forse lo è anche per lui.
 - Credo che la riunione sia andata molto bene. - bofonchio.
 - Non sono qui per parlare di lavoro, ora. - lo dice sorridendo, evita di farmi notare il mio approccio un po' goffo. E continua - sembra che ci sappia fare, ha fatto agonismo, in passato?
 - Sì fino ai 25 anni, ma poi con il lavoro che richiedeva costantemente tresferte...
 - Se ha smesso l'altro ieri può ancora riprendere...
Non riesco a trattenere una risatina per il complimento espresso con tanta ironia.
 - Ma che stupido... oh! Mi scusi! - sento le orecchie diventare incandescenti, sotto alla cuffia da bagno! Come posso aver fatto una gaffe del genere con un cliente?
 - Ma si figuri! Anzi, propongo una cosa: diamoci del tu, almeno fuori dalle riunioni, che ne dici?
 - Dico che ci stai provando! - sorrido.
 - Non lo nego affatto! - si avvicina ancora... ci teniamo a galla a dieci centimetri l'uno dall'altra. Si ferma. Lascia a me la prossima mossa. Chiudo gli occhi e mi abbandono al bacio che metterà l'arbitro della due diligence in una pessima situazione. Ma in quel momento non ci penso affatto!

Mi stacco dalle sue labbra e bacio il suo mento accuratamente sbarbato, il collo. Le sue mani sulle mie spalle sollevano le spalline del costume intero, le abbassano. Lui si piega su di me, io spingo il mio corpo leggermente indietro e lui mi bacia i seni, succhia i miei capezzoli turgidi. Mi mordo le labbra per non urlare. Il mio respiro è profondo. Nessuno potrebbe sentirmi, ma chiunque potrebbe entrare da un momento all'altro; e se fosse un suo collega? e se fosse un mio collega!?
 - Aspetta! Non qui, ti prego - per fortuna la ragione ha preso il sopravvento. Mi stacco da lui e risalgo la scaletta, mi volto, lui è dietro di me. Fuori dall'acqua posso osservare meglio il suo corpo di uomo di mezza età, ancora perfettamente tonico, sportivo. Mi mordo le labbra fregandomene, di apparire vogliosa.
 - Non sono venuta qui pronta per fare sesso, ma ti voglio!
 - Neanch'io pensavo a questo, potremmo rivederci domani, ma non voglio aspettare!
 - Allora vado giù in reception e chiedo dei preservativi!
 - Dovrebbe essere compito mio, sai?
 - Tu qui hai tutti i tuoi colleghi dirigenti, io ho soltanto un partner che è pure sotto di me... e dovrei sapere bene dov'è, in questo momento... sempre che non sia stato fortunato anche lui!
Mi sorride, si avvicina a me e mi bacia.
 - Stanza 372, venti minuti mi dovrebbero bastare!

Mi rivesto in fretta e scendo nella hall. Davanti alla reception riconosco i colleghi dirigenti di P. anche loro mi vedono, e mi salutano! Mi invitano ad un locale notturno che uno di loro conosce... stanno aspettando il taxi ed intanto parlottano, evidentemente il vino dell'hotel servito a cena era buono, mi chiedono anche di P., io faccio finta di cadere dalle nuvole. Nessuno fa caso al mio zainetto, tanto meglio. Finalmente il taxi arriva, mi nego ad un ultimo invito ad andare con loro e mi accosto al banco della reception. L'addetto al bancone è imperturbabile, mi allunga discretamente una striscia argentata di due preservativi. Gli allungo una mancia e gliene chiedo altri due. Lo fisso bene negli occhi, lui sostiene il mio sguardo ma non dice nulla, li infilo tutti e quattro nella tasca dei jeans e torno in camera.

Trascorrono solo pochi minuti, dopo il mio rientro in camera, prima che senta bussare; avevo appena indossato un completo di intimo trasparente, sul quale avevo aggiunto la vestaglia di seta lucida che amo tanto sentire sulla pelle. Scalza. Forte della mia bellezza mediterranea. Lui entra con una bottiglia di vino dolce e due flute. Veste casual, ed è irresistibile! Prima ancora di chiudere la porta lo bacio...

La mia stanza non è una suite, ma è abbastanza grande da avere due poltroncine ed un tavolino. Mi siedo e gli dico di accomodarsi, lui resta in piedi il tempo di aprire la bottiglia, si slaccia i polsini della camicia. Io accavallo le gambe, la vestaglia, come previsto, scivola via e le lascia scoperte. Inizia il nostro reciproco gioco di seduzioni... riempe un flute e me lo porge. Brindiamo alla nostra. Il resto della conversazione per me si perde in una nebbia indistinta... ricordo qualche risata, sicuramente molte occhiate maliziose... potrebbe essere durato pochi minuti, ma comunque non oltre la mezz'ora...

Ricordo invece molto bene cosa successe a partire dal momento in cui gli misi una mano sotto alla camicia, sul suo torace tonico. Appoggiai un ginocchio tra le sue gambe, sul sedile della poltroncina. Lo baciai lasciando che i miei lunghi capelli gli inondassero il viso. Le sue mani sui miei fianchi, il nodo della vestaglia che si scioglie. La sua camicia che vola via, insieme alla mia vestaglia. Il suo petto nudo. Sensuale da morire, mentre ancora indossa i pantaloni scuri. Si toglie i moccassini con un gesto elegante. Riprendiamo a baciarci. Una mano, la mia, alla sua cintura, un'altra mano, la sua, su un mio seno. Slaccia con abilità il mio reggiseno. Tutto è perfetto. I pantaloni a terra, scavalcati con un solo passo, in direzione del letto. Lui si sfila i boxer, io le mie mutandine, mi sdraio sul letto. Lui non ha fretta - mi piace! - mi bacia un piede, risale le mie gambe trasmettendomi brividi... bacia la mia patatina, procede sul mio corpo, centimetro per centimetro.
 - Fermo! Sono andata a prendere i preservativi apposta!
 - Non mi fermare...
 - Sì invece. - Scarto il primo preservativo... e lo metto in bocca. Il sapore del lubrificante non mi infastidisce vi sono ormai abituata: ho imparato bene a trattare quelli come lui, che infatti non fa eccezione: si blocca stupito secondo il copione!
La mia mano sulla sua spalla lo spinge dolcemente ma con decisione, si siede sui talloni mentre io mi chino su di lui. Le mie labbra imboccano il preservativo sul suo glande. Questa è in assoluto l'operazione piu' delicata; ci vuole una certa abilità che si acquisisce solo con l'esperienza, rischiate seriamente di romperlo prima ancora di calzarlo! Una volta imboccato, tuttavia, il resto scende con facilita', verso il fondo è sufficiente spingerlo con le labbra, mentre l'intero membro del vostro partner vi riempie la bocca. E' anche importante non farlo venire, quando gli fate questo trattamento... molti uomini restano tanto spiazzati che sembrano tornati alla prima esperienza sessuale della loro adolescenza!
Sollevo la testa, lui mi guarda come se mi vedesse per la prima volta, sorrido soddisfatta, lo bacio, gli prendo il membro ormai "sicuro" e lo porto tra le mie gambe, lo tengo dalla base, tra pollice e indice, e me lo spingo dentro! Sono eccitata da morire! Mi sento padrona di un uomo che fa della sicurezza e della decisione la sua bandiera, che vi ripone il 90% del proprio appeal. Mi faccio penetrare mentre mi tiene sollevata una gamba. Lui è rimasto con le gambe pietrificate - per fortuna solo quelle! - seduto sui talloni come l'avevo lasciato o appena sollevato sulle ginocchia. Io l'ho abbracciato, poi mi sono sdraiata, mi sono fatta prendere mentre mi teneva dai fianchi, mi sono fatta scopare come piace a me, ho goduto, goduto, goduto e sono venuta. L'ho abbracciato ancora, il suo corpo accaldato, ma appena sudato, è piacevole, mi trasmette tepore. Sono indecisa se chiederlgi di fermarsi a dormire da me. La stanza è una doppia ad uso singola: perfetta! Ma alla fine lui va via.

Epilogo
Dopo altri due giorni di due diligence non lo rividi ne sentti più se non cinque anni dopo, in un contesto ben più drammatico: ci eravamo incorciati per strada, nella città di R., non so quale istinto me lo fece riconoscere con tanta sicurezza... sembrava quasi più piccolo. Vestiva elegantemente come sempre ma aveva un modo diverso di camminare. Mi sorrise, i denti non erano più smaglianti come allora... era come se per lui di anni ne fossero trascorsi almeno venti! Lui si accorse del mio turbamento e mi invitò a prendere un caffé.
 - Inutile girarci attorno, ho l'AIDS - rimasi sbigottita - l'ho saputo due mesi dopo il nostro fugace incontro, oggi grazie alle terapie antiretrovirali non si muore più di AIDS, ma resta una malattia cronica. - colpo di tosse - Si può stare anche meglio di così, ad uccidermi è più il rimorso; sono stato contagiato da una delle mie partner, ed ho propagato il virus ad almeno altre diciotto persone, alle mie amanti, ai loro mariti... e chissà oltre?
Il brivido che mi percorse la schiena non aveva nulla a che fare con quell'autunno temperato. Di nuovo le sue parole scivolarono nella nebbia, il caffé che avevo appena mandato giù combattè il mio disgusto nei confronti di quell'uomo, un disgusto misto a pietà. Ero avezza ai rapporti occasionali quanto lui, ma ero ferrea sulle mie posizioni: con me solo sesso sicuro. A quante persone avrei trasmesso io il virus? Altre 18? Di più? Di meno? Sarei sopravvissuta al rimorso? Ci vollero ancora alcuni minuti prima che mi facessi l'ultima domanda.

Sarei sopravvissuta?


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22/10/2007 - Il regalo - Terza parte
Erano passati dei mesi, l'estate volgeva ormai al termine ed il reale significato di Regina mi era diventato chiaro: molti ci chiamano Mistress, io ero diventata la Mistress di Gianfranco. Scoprii che cosa significasse veramente la sigla BDSM, cosa volesse dire dominare ed essere dominati... scoprii che poteva essere una raffinata arte d'amore, non una deviazione di cui sorridere. Ovviamente al completo regalato da Gianfranco se ne erano aggiunti molti altri, ed anche il corredo di Gianfranco, mantenuto segreto fin quando non mi fui dimostrata ricettiva alle sue abitudini, per me non aveva ormai misteri.

Gianfranco era il mio Slave, ma io non lo trattavo come tale. Il mio modo di essere Mistress era particolare, e solo mio. Si esauriva a volte in una semplice mail in cui, magari, gli ordinavo di non indossare biancheria intima, se sapevo che alla sera ci saremmo incontrati in un luogo elegante, lui in abito scuro ed io consapevole che sotto non aveva nulla!


Ma le cose che mi facevano veramente impazzire, tra le lenzuola, erano le cose che potevo dire, che potevo ordinare: "Non venire fin quando non ti autorizzo!", il tono di voce imperativo era fondamentale... e Gianfranco, come un robot, non si tradiva, non mi deludeva una sola volta! Non so come facesse, un po', lo ammetto, non mi interessava saperlo. Una volta continuammo a fare sesso per due ore senza che lui venisse. Le sensazioni del mio corpo finirono per essere anestetizzate, in quella interminabile comunione, dal sudore dei nostri corpi che si mischiava, dai nostri battiti cardiaci, come il conto alla rovescia in attesa che i nostri corpi esplodesero... i nostri respiri: caldi, profondi... i miei gemiti, i suoi brontolii affaticati.

Secondo i miei ordini mi prese prima in piedi, con me sdraiata su un fianco all'altezza di un tavolo, reggendo la mia gamba con una mano. Il suo membro squassava il mio corpo mentre da quella posizione ottimale la mia passerina poteva facilmente raggiungere la massima dilatazione. Lo lasciai andare avanti per un tempo imprecisato, perdevo sempre la nozione del tempo, in quelle condizioni! Venni e dopo pochi minuti lo sentii rallentare... se gli avessi chiesto di non farlo, ovviamente, l'avrei costretto a venire anche lui, violando il mio ordine. Una brava Mistress sa che questo è sbagliato! Ordinai invece di cambiare posizione.

Data la calda stagione estiva avevo dismesso gli scomodi acessori in latex, preferivo stare nuda, ma per Gianfranco, invece, avevo pensato di ricambiare finalmente la sua sorpresa!
 - Mettiti questo e leccamela!
Si trattava di un paraocchi di pelle nera, con un'unica zip centrale, che seguiva il profilo del naso e faceva aderire, ben stretta, la maschera al volto. Cieco, Gianfranco seguì il profilo delle mie gambe, sprofondò in me con la sua lingua, con le sue labbra... le sue mani mi stringevano, mi tenevano larga... Io giocavo con i miei seni, tutto il mio corpo era colmo di piacere... l'adrenalina mi saliva a mille! Ad un certo punto, cambiai di posizione, mi misi sotto per un 69 che fece risorgere il suo uccello alla sua massima estensione... lo leccai per intero, dalla base alla cima... presi le sue palle in bocca. Si era depilato, là sotto, come gli avevo ordinato! La pelle era tutt'ora arrossata, ma penso che il piacere che gli stavo dando in quel momento lo stava ripagando di quella sofferenza! Durante un 69 è impossibile concentrarsi sul proprio lavoro mentre un metro più sotto... qualcun'altro sta ricambiando! Gli ordinai di non fermarsi! Non lo minacciavo mai con le possibili ripercussioni delle sue disubbidienze, ma in realtà semplicemente non mi aveva mai messa nella posizione di dovergliene imporre.

 - Stop, togliti la maschera. Adesso mettimelo in culo!
Mi piaceva anche essere sboccata... ero stata fino a pochi mesi prima una tenera amante per tutti i miei partner, ora avevo cambiato attitudine. Apprezzavo il cambiamento. Non era meglio o peggio: era nuovo! Era libero, liberatorio... e dannatamente piacevole!

Mi misi in piedi, appoggiai le mani alla parete in una posizione più da schiava che da padrona... mi piaceva così, lo volevo esattamente così. Gianfranco dietro mi osservava tra le gambe, tra le chiappe... passò prima una mano che mi fece stringere i glutei... avevo anche piazzato degli specchi... mi piaceva osservarmi, sapevo che stimolava me e lui allo stesso modo... i miei capelli lungo la schiena, i miei genitali gonfi, stretti tra le gambe... come un'orchidea purpurea... portai una mano alle mie grandi labbra... distolsi lo sguardo mentre lui me lo spinse dentro. Ammortizzai con l'altro braccio la spinta di Gianfranco, il volto contro la parete... i suoi movimtenti lenti, netti, decisi, forti... il mio corpo che si muoveva con il suo membro. Dolore e piacere insieme... l'essenza del BDSM, ma non solo questo... Gianfranco si muoveva sapientemente... era un artista, in questo... controllava il suo membro perché ancora non gli era stato detto di venire... ed io gustavo il suo scorrere in me centimetro per centimetro... mi pareva di sentirmi lacerare, eppure il piacere superava sempre il dolore! Ero abbandonata alla forza della sua spinta, lasciai che il mio volto si appoggiasse alla parete... mentre le mie mani, non cero per pudore, coprivano seni e genitali... accarezzandoli, stropicciandoli... sentivo le palle di Gianfranco contro la mia mano destra, ogni volta che finiva di entrarmi dentro... da quando avevamo iniziato a fare sesso avevo perso il conto delle volte che ero venuta! Dovevo pensare a quando e come fare venire lui, ora... sorrisi... in bocca? ancora nella mia fighetta? lì nel retto, dove sembrava non poter entrare più uno spillo?

Tornai ad appoggiare le mani alla parete, non senza sforzo mi scostai da essa.
 - Non uscire, abbracciami e stringimi le tette!
Gianfranco poteva unicamente rispondere alle mie domande, altrimenti non doveva considerarsi interpellato e doveva restare zitto. Mi strinse in un caldo, affettuoso e tenero abbraccio, gustai ancora il suo pene in me... fermo, ora... lentamente perdeva di dimensioni, il tempo scoreva ma non ci importava. Mi girai verso di lui, quando sentii che avrebbe potuto sfilarsi senza fatica.
 - Ora puoi venire.
Mi misi in ginocchio e lo succhiai ancora a lungo... ricevetti ed ingoiai di gusto il suo getto caldo ed abbondante... come se si fosse accumulato durante tutto quell'interminabile periodo di tempo. Trattenni il suo membro in me anche mentre ingoiavo, lo sfilai lentamente dalle mie labbra, accompagnai con la lingua il suo glande fuori da me... lo baciai ancora e, lasciandomi cadere sul letto, mi abbandonai al Nirvana.

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11/7/2007 - Il regalo - Seconda parte
Avevo preso l'abitudine di presentarmi, a sorpresa, con il completo di Gianfranco sotto i vestiti che indossavo per i nostri appuntamenti. A volte era come se sentissi sul mio corpo i suoi sguardi, intenti ad intuire che cosa nascondevo sotto il poco tessuto che copriva il mio corpo in quella piacevolmente tiepida primavera.

Dopo il cinema, quella sera, salimmo da lui. La passione bruciante ci assalì già nella cabina dell'ascensore, le sue mani scoprirono subito con piacere che qul giorno indossavo il suo regalo. Scendemmo all'ultimo piano lui con la camicia sbottonata ed io con una spallina abbassata. Gianfranco armeggiò rapidamente con la serratura, mentre io mi sbottonavo il vestito. Quando fummo in camera da letto io indossavo solo il mio ''completo nero'' mentre Gianfranco era in boxer, gonfi da scoppiare. Avevo imparato a sopportare la stretta costrizione esercitata dal completo con le cerniere chiuse, pregustando il momento in cui Lui mi avrebbe liberata.

Mi sdraiai tra le sue lenzuola fresche e profumate, come sembre. Lui fu su di me, mi baciò, mi accarezzò un fianco, risalendo verso il seno e proseguendo lungo il braccio. Che distese verso la testiera.

- Sei pronta per un gioco nuovo?

- Sì - risposi prontamente sorridendo con voce suadente.

Lui prese, nascosto dietro la testiera del letto, un bracciale di pelle nera, legato con una breve catena alla testiera stessa. Mi infilò il polso e strinse la fibbia quanto bastava per imprigionarmi. Lo guardai un po' stupita.

- Non preoccuparti - mi rispose - se vorrai liberarti ti basterà tirare con forza e romperai la catena, ma così rinuncerai al gioco! Sorrise e mi sfiorò il naso con l'indice.

Fece altrettanto con l'altra mano, poi fu la volta dei piedi. Ero immobilizzata come su un lussuoso tavolo di tortura cinquecentesco, la mia sorte, fortunatamente, era ben più felice di quella destinata agli sventurati ospiti del modello originale!

Gianfranco, in piedi davanti al letto, si sfilò i boxer, poggiò un ginocchio sul bordo del letto e mi accarezzò con solenne lentezza un piede, ne baciò la punta delle dita, una ad una. Fece la stessa cosa con l'altro e finalmente risalì lungo le mie gambe. Brividi di attesa avevano iniziato ad attraversare il mio corpo. Gianfranco saliva lentamente, superava le ginocchia e si stringeva tra le mie gambe avvicinandosi al mio ventre. Avrei voluto spostarmi di posizione, lasciando fluire il piacere che mi avvolgeva ma i miei arti avevano poco gioco, riuscivo appena a sollevare il sedere.

Quando Gianfranco iniziò a slacciare la zip delle mutandine mi parve di liberare un fuoco. Sollevai voluttuosa il sedere per sistemarmi più comoda.

- E' come un fiore che si schiude - disse lui prima di sprofondare le sue labbra sulle mie. Succhiò il mio nettare per un tempo che parve infinito, le dita delle mie mani Afferravano le catene e il mio corpo sussultava alle sollecitazioni di Gianfranco.

Continuò quindi a risalire il mio corpo, baciò il mio ventre piatto, giocò con il mio ombelico e salì ancora. Accarezzò i miei seni ingabbiati nella loro guaina, li liberò un po' per volta e ne succhiò i capezzoli appena tornati alla luce.

Finalmente le sue labbra trovarono rifugio sulle mie, i nostri nasi si toccarono, i nostri visi si sfiorarono mentre il suo pene, grande come non mai, iniziava a penetrarmi. Per quanto potessi assecondai i suoi movimenti con il mio corpo, per accettare in me il suo membro, nessuna posizione sembrava poterne effettivamente agevolare l'ingresso: la mia passerina sembrava semplicemente troppo stretta! Gridai diverse volte di piacere, baciai il collo di Gianfranco fino a lasciargli un paio di succhiotti.

Solo quando infine venne mi resi conto che era dai tempi della mia adolescenza che non traevo tanto piacere dalla posizione della missionaria.

- Ora sei la mia Regina - mi sussurrò sudato e stravolto Gianfranco. Io, in quel momento, presi questa frase come un semplice complimento.

(continua)


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3/7/2007 - Il Regalo - premessa
Stavo con Gianfranco da due settimane, un bell'uomo da portarsi in giro: elegante, colto, raffinato. Un amante dolce e premuroso, ma anche duro e deciso quando serve. Quando decideva di essere determinato il sesso con lui era memorabile. Mi ero abbandonata alla pace dei sensi dopo uno di tali rapporti; nuda, nelle fresche lenzuola del suo letto. Lui, al mio fianco appoggiato su un gomito, mi guardava sorridente nella penombra della camera da letto.
- Ho un regalo per te.
Lo guardai con occhi curiosi. Non era certo il primo regalo che ricevevo da lui, durante quei primi fantastici quindici giorni, ma era il primo che lui mi offriva in un'occasione tanto intima. Si girò per aprire il cassetto del suo comodino. Quindi mi porse un pacchetto perfettamente incartato della dimensione, all'incirca, di un foglio A4. Dal peso e dalla consistenza immaginai subito che fosse biancheria intima!
Mi misi a sedere appoggiando la schiena contro la testiera del letto e strappai la carta come una bambina il giorno di Natale. Gianfranco mi guardava carico di aspettativa.
Rimasi dapprima perplessa, mentre osservavo il completo nero, mi chiesi come sarebbe stato meglio comportarsi. Poi mi accorsi che quelle zip metalliche esercitavano su di me uno strano fascino: con il sesso ero sempre stata un tipo curioso, sempre pronta alla sperimentazione. Eppure quel genere di ''giochi erotici'' non li avevo mai capiti. Eppure... Vedevo il mio corpo nudo, prospero e florido dopo un tonificante rapporto sessuale, a gambe incrociate tra le lenzuola e i brandelli di carta da regalo, mi sentivo sexy, molto sexy. Eppure sentivo di poterlo essere ''ancora di più'' se avessi indossato quella biancheria con i buchi in posizione strategica. Tra la carta c'era anche l'immagine di una modella con indosso quel modello, mi osservava con un viso truccato e lo sguardo di chi ne sapeva più di me in proposito: ed era dannatamente attraente!
Gianfranco mi accarezzò l'interno coscia, quindi appoggiò la mano sul mio piede.
- Pensavo che ti sarebbe piaciuto un esperimento nuovo.
- Mi piace, sì. Ci hai azzeccato, grazie! - Ci baciammo.

La giornata successiva passò lentamente. In ufficio combinai poco. Continuavo ad immaginarmi con quel completo addosso, continuai ad immaginarmi mentre facevo l'amore con Gianfranco. Il mio corpo si tendeva spesso ed un paio di volte mi defilai rapidamente in bagno per toccarmi. Mi sentivo come un'adolescente alla vigilia della sua ''prima volta''. Mi piaceva, è ovvio, eppure l'attesa mi stava uccidendo.
A metà pomeriggio chiamai Gianfranco, gli chiesi di annullare l'appuntamento al cinema per cui ci eravamo accordati e gli proposi di venire a mangiare da me, a cena. Non mi fece domande ed acconsentì di buon grado al cambiamento di programma.
Del viaggio di rientro dall'ufficio ricordo soltanto il fastidio per i vestiti che indossavo. I ricordi tornarono netti soltanto dopo che fui nel mio appartamento. Sophie, la mia gatta, mi guardava assonnata mentre, appoggiata contro la porta mi liberavo della giacca, della camicetta, delle scarpe e dei pantaloni attillati. Raccolsi i vestiti tra le braccia e li infilai in lavatrice, insieme alla biancheria intima, che tolsi lì in bagno.
Mi spostai quindi nuda in camera da letto, sulla piccola scrivania mi aspettava il regalo di Gianfranco. Raccolsi per prime le mutandine: avevano una grossa chiusura lampo sul davanti. I dentini, che a una prima occhiata sembravano metallici, erano invece di plastica. Le indossai trovandole un po' strette. Mi osservai nello specchio a figura intera che ho in un angolo, mi voltai e mi trovai, in effetti, provocante come non mai! Mi sentivo già vestita per il sesso. Decisi di tirar su i capelli e di fermarli, con un bastoncino nero e lucido, dietro la nuca. Passai una mano sulla cerniera lampo e la mia patatina si sentì incontenibile! Decisi di provare ad abbassare la cerniera: il tessuto elasticizzato lasciò subito spazio liberando immediatamente le grandi labbra, ma ora avrei dovuto sfilarmi le mutandine, per tirar nuovamente su la zip! Decisi che poteva andar bene così, camminare mi dava una sensazione difficile da descrivere, impossibile da paragonare a nulla che avessi provato precedentemente!
Fu il turno del reggiseno. Anche qui le zip risultarono di plastica. Pur essendo della misura giusta calzava veramente troppo stretto. anche qui decisi di lasciare aperte le zip: i miei capezzoli tornarono alla luce ma le mie tette non persero di sostegno! Squadrai la mia figura allo specchio e mi sentii soddisfatta.
Mi resi conto di essere ormai in ritardo: mi infilai un abito leggero, da annodare dietro al collo, calzai un paio di scarpe con tacco e lacci (devo ammetterlo: le prime che trovai) e corsi in cucina per preparare al cena.

Gianfranco arrivò puntuale, portò una bottiglia di vino ed attese paziente mentre portavo in tavola la cena leggera. I capezzoli nudi si inturgidivano ogni volta che strusciavano sul tessuto leggero, ed immagino si vedessero bene, sotto di esso! Con Gianfranco chiacchierai di argomenti banali, ma i nostri sguardi indagatori tradivano una certa attesa, alcune domande trattenute.
Ci trasferimmo quindi nel soggiorno, sul divano con chase longe che due settimane fa era stato teatro del nostro primo rapporto, mentre due caffè diventavano inutilmente freddi appoggiati sul vicino tavolino.
Accompagnai Gianfranco, in maniche di camicia, a sedersi sul divano, lo baciai voluttuosa mentre slacciavo i primi bottoni sotto al colletto, passai rapidamente una mano sul suo petto e poi mi rimisi in piedi. Di schiena slaccia lentamente il fiocco che tratteneva, dietro al collo, il mio vestito estivo, lasciai andare i due capi in modo che scivolasse a terra con un'ultima carezza. Liberai quindi i miei lunghi capelli sfilando con un unico gesto il bastoncino che li tratteneva. Divaricai le gambe e mi chinai a raccogliere l'abito da terra, in modo che Gianfranco potesse guardare bene la mia patatina. Mi voltai e lanciai il mio abito sulla faccia di Gianfranco, lui lo gettò da un lato ed osservò finalmente la mia figura intera.
- Sei stupenda - disse sorridente
- Non hai bisogno di dirlo - dissi con un sorriso malizioso mentre osservavo il rigonfiamento tra le sue gambe.
Gianfranco si liberò della camicia mentre io, in ginocchio, slacciai la sua zip. Strinsi il suo membro tra i seni, lo accarezzai e scappellai con attenzione. Ne leccai il glande e poi lo affondai tra le mie labbra.
Dopo una lunga fellatio risalii il corpo di Gianfranco e mi misi a cavalcioni per farmi penetrare. Lo spazio tra i due lati della zip erano più che sufficienti, ma le grandi labbra, arginate lateralmente, aumentavano la loro aderenza con il membro di Gianfranco il quale, tra l'altro, aveva iniziato a carezzarmi i capezzoli, a succhiarli e mordicchiarli. Quando venne irrigidii la schiena e spinsi indietro la testa, poi ci staccammo e continuammo a guardarci negli occhi per lunghi minuti.
- E' stato stupendo - fu il mio giudizio.
- Tu, sei stata meravigliosa - mi rispose Gianfranco.
- E' stato veramente un bel regalo, grazie. - con una mezza rotazione tornai a baciarlo sulle labbra.

(continua)


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30/5/2007 - Caro diario

Caro diario, sono tanto felice!

Oggi ho incontrato Carlo. Ero andata a far la spesa al mercato, presso il banco del fruttivendolo. Lui mi ha dato una mano a scegliere i pomodori, poi si è offerto di portare i sacchetti fino a casa.

Sono rimasta subito affascinata dalla sua voce profonda, dal tono allegro e gentile, dal suo profumo lievemente acre, appena sfumato.

Mi parve naturale invitarlo su da me a bere un the dissetante. Accettò con piacere la mia offerta. Chiacchierammo piacevolmente delle nostre vite e delle nostre aspirazioni: io che ho da poco iniziato a vivere da sola, lui che stava per laurearsi all'Università.

Il bollitore elettrico trillò ed io aggiunsi una bustina di the verde. Mi sentivo a mio agio, e la bevanda corroborante contribuiva a sciogliere il mio corpo ed il mio spirito. I lineamenti di Carlo erano dolci, i capelli folti e morbidi come seta. La vicinanza dei nostri visi era magnetica, baciarci fu naturale quanto respirare. Le mie mani scivolarono sulle sue spalle, lui si rimise in piedi, piegato su di me, mi abbracciò ai fianchi e risalì la mia schiena mentre abbandonai la sedia per accostarmi stretta al suo corpo.

Io costeggiai il colletto della sua camicia ed iniziai a slacciare i bottoni. Sotto non portava nulla, la sua pelle era calda, il petto sodo. Udii il battito del suo cuore, sotto alla mia mano.

Le nostre labbra sempre incollate, le sue mani ora sulle mie spalle, a contatto della mia pelle nuda, eccezion fatta per le sottili spalline del reggiseno e dell'abito estivo a tubino. Il pollice destro aggancia la spallina sinistra dell'abito e la spinge oltre la spalla, poi fa lo stesso con quella del reggiseno, io mi muovo per agevolare il movimento. Il pollice sinistro fa la stessa cosa sulla mia spalla destra.

Il reggiseno a coppe triangolari sostiene ancora le mie tettine ad albicocca. Lui finalmente stacca le labbra dalle mie, il suo respiro si stacca dal mio viso e si avvicina al mio petto, un triangolo di stoffa viene sollevato e scostato con delicatezza dalle sue dita e la sua bocca succhia dolcemente ma con avidità un capezzolo. Il mio respiro si fa rapidamente più profondo, inarco la schiena come una gatta, anche l'altra coppa, spinta via dal capezzolo inturgidito, scivola in basso. Mi rendo conto che le mie unghie stringono e graffiano la schiena di Carlo.

Prendo Carlo per mano e lo invito, riluttante a staccarmi da lui, a seguirmi lungo il corridoio verso la mia camera da letto. Abito e reggiseno pendono dai miei fianchi, libero le braccia dalle spalline nel breve tratto di corridoio che attraverso.

- Mi slacci la lampo? - sono le prime parole che rivolgo a Carlo da quando ci siamo baciati. Lui tasta la mia schiena quindi sento il famigliare rumore della zip. L'abito
abbandona definitivamente il mio corpo, sfilo i piedi dalle infradito e mi distendo, languida ed invitante, sulle lenzuola pulite. Mi sono definitivamente liberata del reggiseno ed indosso le sole mutandine.

Lui armeggia con la cintura dei pantaloni. Poco dopo la sua mano accarezza il mio piede, appoggia un ginocchio sul letto e risale lentamente la mia gamba. Mi sento elettrica, il mio desiderio aumenta ad ogni centimetro risalito dalla sua mano, ma lui, arrivato a metà coscia, prima mi sfiora e poi si stacca. Invece mi abbraccia, con la mano dietro la mia spalla, il braccio parallelo alla mia schiena. Mi bacia e continua ad accarezzarmi, stavolta scende. La sua lingua stimola il mio capezzolo destro, le sue labbra lo baciano, la bocca lo succhia. La mano scende ancora, finalmente raggiunge l'elastico delle mie mutandine. Ovviamente non mi ero preparata nulla di sexy, questa mattina, la culotte non è facile da sfilare, lo aiuto con una mano dall'altra parte, la mia patatina, già umida, aderisce alla stoffa, infilo la mano tra le gambe e la stacco. Muovo le gambe per liberarmene.

Finalmente libera allargo le gambe, lui tuffa la testa tra esse, una mano tra i suoi capelli, la sua lingua in me, succhia il mio nettare, lui risale e finalmente lo sento, grande, rigido, fiero. Entra in me deciso ma senza dolore. La mia mano sempre nei suoi capelli. Urlo di piacere, l'altro braccio intorno a lui, l'amplesso sembra durare per sempre. Godo per il suo corpo sul mio, per il suo membro in me. Per le sue braccia intorno al mio corpo. Godo del suo profumo mischiato al sudore e del sapore salato della sua pelle. Lui viene e il suo getto è una doccia calda, corroborante. Restiamo abbracciati, per un tempo infinito, la mia mano non vuole abbandonare i suoi capelli.

Mi addormento nel caldo del primo pomeriggio. Sorrido e penso: "Niente male per la prima settimana di vita da sola di una ragazza cieca".


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24/4/2007 - La palestra deserta
Arrivo in palestra la mattina di pasquetta. Alla reception un solo addetto, legge il giornale sonnecchiando, mi bofonchia un saluto. Entro nello spogliatoio: deserto. Ho scelto questa palestra proprio perché rimane aperta anche nei giorni superfestivi. Studiare lontano da casa non mi consente di rientrare ad ogni occasione, così spesso mi piace occupare qui il mio tempo libero.
 
Apro il mio armadietto e mi spoglio rapidamente: indosso quindi l'abbigliamento ginnico, i fuseaux attillati, il top con le spalline incrociate, i calzini e le scarpette sportive. Arrivo in palestra e scopro con disappunto che il riscaldamento è ancora a pieno regime! Lancio istintivamente lo sguardo alle finestre. Qualcuno mi ha preceduta i vasistas sono tutti aperti ma assolutamente inssufficienti a rinfrescare l'ambiente.
 
Colei che mi ha preceduto sta facendo esercizi di trazione ad una delle macchine multifunzionali, il suo corpo abbronzato è lucido di sudore, i suoi capelli sono legati dietro la testa con una comoda coda di cavallo, ma ciò che mi colpisce subito, ovviamente, è che fa gli esercizi a seno scoperto! Improvviso stupita un breve saluto che la sconosciuta, concentrata sul respiro, ricambia distrattamente. Salgo su un tapis roulant che inizio a far girare a ritmo lento. Lei è davanti a me. Scegliere un'altra postazione sarebbe servito a poco, come in molte palestre anche qui vi sono un po' ovunque specchi alle pareti e non avrei potuto evitare di vederla, così come lei non avrebbe potuto evitare di vedere me. Così almeno mi costringevo a fare un'espressione neutra, mentre dentro di me il desiderio bruciava già ben oltre la temperatura esterna.
 
Ogni volta che muoveva le braccia la muscolatura del torace aveva una piccola contrazione che si trasmetteva anche alle tette, perfette. Anch'esse stupendamente abbronzate. Il sudore colava seguendo il loro profilo ed io immaginavo di sostituirmi a quella gocciolina che tra poco si sarebbe staccata da un capezzolo.
 
Accelerai il passo. Anch'io sudavo copiosamente, indossavo un top di cotone che non prevedevo dovesse inzupparsi in quel modo! Intanto la mia compagna di palestra rimise a riposo i manubri della macchina, si alzò in piedi e raccolse un asciugamano di spugna. Mentre si ascigava mi diede le spalle, indossava un paio di tanga sportivi ed aveva un sedere sodo e perfetto come il resto del suo corpo. Salì su una cyclette, tenendo l'asciugamano sulle spalle.
 
Anch'io interruppi la mia corsa, bevvi una lunga sorsata di reintegratore minerale e asciugai alla meglio il sudore. Il top era già insopportabile sulla mia pelle, mi convinsi che non vi era nulla di male a seguire l'esempio e lo tolsi restando a mia volta in topless. Passai alla panca. Da lì potevo vedere la mia conmpagna di traverso, da uno specchio, così come lei poteva vedere me. Bloccando i piedi alla panca iniziai a fare addominali. Ogni volta, all'apice del mio movimento, gettavo un occhio allo specchio, per vedere se i suoi occhi mi cercavano: pochi piegamenti e ne ero pressoché certa!
 
Interruppi quella serie di esercizi con lei ancora impegnata sulla cyclette. Decisi di fare il prmo passo. Asciugandomi il sudore le porsi il mio integratore.
 - Ciao, ne vuoi un po'?
 - Grazie
Si spruzzò in gola una sorsata abbondante, senza smettere di pedalare. Colsi l'occasione per osservare da vicino il suo corpo illuminato dalla luce solare proveniente dalle finestre.
 - Io mi chiamo Maria - disse restituendomi la bottiglietta di plastica.
 - Io sono Flavia, piacere - evitai di fare la gaffe di allungare la mano umidiccia ma aggiunsi - Grazie per l'idea, così svestite il caldo si sopporta un poì meglio. Fortuna che siamo noi due da sole.
Sorrise:
 - Allora perché non ti togli anche quelli? - disse indicando i miei fuseaux.
Dopo una brevissima pausa decisi di essere franca. Mi stavo atteggiando da timida, la lasciavo condurre il gioco ma questa risposta avrebbe finalmente scoperto le carte.
 - Perché non ho nulla, sotto. - Alzai lo sguardo e la guardai neglio occhi attendendo una sua reazione. Vincere o perdere. Vedere ricambiate le mie aspettative o vedermi ridere in faccia da una sconosciuta a cui non passa neanche per l'anticamera del cervello,un rapporto lesbo, oltretutto così occasionale!
 
Smise di pedalare, sostenne il mio sguardo asciugandosi un braccio con l'asiugamano che aveva sulle spale. Secondi infiniti.
 - Allora andiamo insieme a fare la sauna, così non dovrai preoccupartene, no?
 
Ora vi stupirò dicendo che no, non sono lesbica e non mi sento neppure bisex. Nonostante questo quella con Maria non fu la prima esperienza di questo tipo. Il corpo femminile mi attrae in quanto tale, per un ideale estetico, al contrario di quello maschile che risveglia i miei istinti, che mi rende selvaggia. Un'estetica, però, con cui so di poterci anche fare sesso. Di poter godere e di fare godere. Puro istinto, ma di diversa natura, tutto qui.
 
Tornate agli armadietti ci spogliammo completamente e prendemmo gli asciugamani da sauna, grandi e candidi. Maria giunse dietro di me, mi abbracciò stringendomi un seno e baciandomi sul collo. Ricambiai il bacio godendo del contatto con i suoi seni, dei capezzoli turgidi. Preludio dei nostri corpi sulle panche di legno della sauna; strinsi il labbro inferiore tra i denti, al pensiero. Coprimmo abbracciate i pochi metri che ci separavano dalle saune. Ai piedi le ciabattine monouso, l'asciugamano di spugna sul braccio destro, la mano sinistra sui glutei sodi di Maria mentre lei, specularmente, faceva lo stesso con me. Le sue dita esperte erano già nel posto giusto, per farmi sognare ma senza provocarmi troppo.
 
Si sedette sulla panca in legno di pino, lasciò l'asiugamano alla sua destra poi si girò verso di me, allargando le gambe. Era completamente depilata, bella oltre ogni ragionevole limite. in ginocchio la baciai, entrai in lei. I suoi umori ed il sudore mi lasciarono un gusto salato, sulla lingua. Baciai ancora ed entrai nel suo fiore. Succhiai. Maria allargò le gambe al massimo, si spostò sull'orlo della panca, mentre con una mano si stringeva il seno con l'altra si puntellava alle mattonelle della parete.
 
Poi fu il mio turno, mi fece sedere, mi accarezzò l'interno coscia, mi invitò ad allargare le gambe e poi la sorpresa! Avvolto nell'asciugamano un testimone di legno usato negli esercizi a corpo libero. Sentii la sua lingua che preparava la strada, le sentii sulle pareti, per un primo ed un secondo giro, stavo già ansimando quando, dopo esserselo passato in bocca, finalmente arrivò, lisco e duro, il bastone di legno. Lo accettai in me, ne sporgeva ancora una buona metà. Maria si rimise a sedere, di fronte a me, passò una gamba alle mie spalle, scavalcando la mia, di nuovo un perverso specchio. Mi rilassai all'indietro, mentre Maria prendeva in se l'altra metà del bastone.
 
Fu lei che iniziò a muoversi, il suo corpo rovente che entrava a contatto con il mio per poi staccarsi subito dopo. Mentre in noi quel semplice bastone si trasformava nel migliore surrogato di un membro maschile che mai avessi ricordato. Andammo avanti fintanto che i nostri corpi ce la fecero, in quell'ambiente ostile per ogni forma di attività fisica. Tornammo agli spogliatoi sostenendoci vicendevolmente, ancora abbracciate, nessuna di noi, però, aveva voglia di rivestirsi.


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21/3/2007 - Fairy Sexy Tales
Uno dei piu' interessanti ed intriganti sottogeneri della letteratura erotica è la Fiaba Erotica per adulti.
Le trame della letteratura erotica risultano troppo facilmente ripetitive, la fiaba erotica ci porta invece in terre poco esplorate e, come un'isola tropicale, risveglia le nostre fantasie.

La giovane elfa era umida di sudore, sotto alla veste sottile e leggera. La foresta, nel pieno dell'estate, era di un verde accecante, bella come non mai ma anche soffocante e torrida. Erin conosceva bene il posto, e si era mossa con passo sicuro fino a destinazione. Da elfa esperta qual'era aveva attraversato il bosco, scalza e silenziosa, senza che nulla ferisse la pelle morbida e chiara dei suoi piedi. Quando il bosco si aprì sul laghetto un airone si voltò verso di lei per poi decollare con grazia e senza fretta. Consapevole che nessun pericolo lo avrebbe minacciato.

Le larghe ali dell'uccello sfiorarono le fronde più basse degli alberi, nascondendo per un attimo infinitesimo la luce bruciante del Sole. Erin era felice. Iniziò a danzare e a cantare mentre, sull'argine di roccia del lago, si liberava i capelli dal cerchietto di legno. I suoi splendidi e lunghi capelli corvini accompagnavano ora i suoi movimenti aggraziati mentre le mani compivano i movimenti tradizionali delle danze elfiche, sempre con grazia e sicurezza slacciò i complessi ganci ornamentali dei suoi monili, bracciali e collane vennero posati con delicatezza sull'erba verde e bagnata.

Gustando ma centellinando l'attimo in cui la sua pelle chiara sarebbe stata baciata dalla luce solare Erin slacciò la cintura di corda. La corta tunica che lasciava scoperte le ginocchia venne arricciata e sollevata mostrando infine l'addome piatto e l'ombelico delizioso. Interrompendo ora la sua danza gioiosa Erin usò entrambe le mani per sfilare l'abito. I suoi seni, sodi e ben torniti parvero ringraziare per quella boccata d'aria e di luce. Priva di indumenti Erin potè apprezzare la lieve brezza che aveva sempre caratterizzato quel luogo. Uno scoiattolo si avvicinò impavido alla riva del lago bevendo l'acqua fresca e creando dei cerchi che si infransero nelle ninfee rigogliose che proteggevano la riva dalle onde e dagli schizzi sollevati dalle tre cascatelle che alimentavano la pozza. Erin si soffermò ad osservare con tenerezza il piccolo roditore.

Dopo aver saggiato l'acqua con la punta del piede Erin si sfilò infine le candide mutandine. Le lasciò scivolare lungo le gambe slanciate, restando solo con la catenina alla caviglia, che non toglieva mai. Il pube di Erin, come è consuetudine tra le elfe, era accuratamente rasato, più piccolo ed apparentemente delicato di quello delle umane. Si trattava tuttavia solo di un'apparenza: come era ormai risaputo, infatti, le elfe avevano una resistenza sessuale di gran lunga più elevata di quella umana, propiziata anche da un fisico che sovente rasentava la perfezione, come nel caso di Erin.

Mentre immergeva le gambe nell'acqua fresca un brivido le risalì lungo la schiena, ne apprezzò le qualità tonificanti, piegò la testa all'indietro e chiudendo gli occhi si sedette sulla sponda di roccia rilassando il proprio corpo puntellandosi sui gomiti. Fu questa la visione con cui Erin si presentò davanti agli occhi di un misterioso osservatore, arrampicato su uno dei rami più alti tra quelli che circondavano al laghetto. Di Erin solo la gamba destra ed il piede sinistro erano entrati in acqua. I suoi capezzoli, turgidi e duri, risaltavano vividamente rossi, evidenziati dalla carnagione pallida tipica degli elfi.

Dopo un ultimo profondo respiro, che ne fece gonfiare sensualmente il petto, Erin fece forza sulle braccia, sollevò il sedere e scivolò in acqua. Lentamente nuotò in apnea passando sotto alle ninfee, fin dove le cascatelle che alimentavano il lago mantenevano sgombra la superficie dell'acqua. Tornò a galla sollevando abbondanti spruzzi d'acqua. In realtà Erin poteva stare comodamente in piedi, nelle basse acque del laghetto che le arrivavano alla vita, nel punto di massima profondità! Una delle cose da cui maggiormente traeva piacere era farsi la doccia in piedi sotto alla minore delle tre cascatelle, qui l'acqua le lambiva appena le ginocchia. Mentre saliva la breve scala di losoni si annodò abilmente i capelli intorno alla testa.

Le grosse gocce d'acqua che si infrangevano sul suo corpo massaggiarono la pelle di Erin, le colavano lungo il corpo seguendo il profilo del suo viso, del collo, delle spalle; scivolavano lungo i seni, accarezzavano l'addome fino ad inoltrarsi appena nella sua grotta inviolata ed infine colavano via lungo le sue gambe liscie e delicate. Le mani di Erin accarezzarono i lunghi capelli finchè non furono uniformemente bagnati, si incrociarono massaggiando le spalle, strinsero i seni, causando a Erin un brivido indipendente dalla temperatura dell'acqua. Poi, mentre la mano sinistra ancora si intratteneva sul petto, la mano destra scivolò tra le gambe e il pollice venne imprigionato dalle grandi labbra. Mentre Erin si toccava, sotto il massaggio della cascata, qualcun altro, a diversi piedi di
altezza, si stava dando da fare a sua volta, seppur sempre nel più assoluto silenzio.

Fu ovviamente da lì che la goccia, bianca tiepida e densa, cadde proprio sulla fronte di Erin che, intuitane al tatto la differenza rispetto alle normali gocce d'acqua, la raccolse nel palmo prima che venisse lavata via. Incuriosita la leccò via con la punta della lingua poi si volse verso l'alto e disse:
 - Chi sei?
La figura in contro luce si erse in imbarazzo, poi saltò giù dall'albero, non prima di essersi sistemato cintura e pantaloni:
 - Sono Ardath, attraverso la foresta per raggiungere Laburan.
Il giovane umano vestiva un logoro vestito dai colori scuri, portava un arco, uno zaino, un coltello fissato alla cintura, una borraccia e altre borse più piccole. Avrà avuto vent'anni o poco più. Meno della metà degli anni di Erin, che comunque poteva essere considerata sua coetanea, per i differenti ritmi di crescita delle due razze:
 - Cosa facevi lassù? - ma prima che Ardath potesse rispondere a quella domanda imbarazzante Erin aggiunse con un sorriso - avanti, entra anche tu e rilassa il tuo corpo ed il tuo spirito!
Gli occhi di Ardath lampeggiarono, rispose con un fil di voce:
 - Sì - mentre già iniziava a spogliarsi, in modo decisamente meno aggraziato ma certamente più veloce della danza sensuale di Erin.
Il fisico di Ardath era muscoloso, selvaggio ed abbronzato. Si immerse con passo insicuro. Scostò con un braccio le ninfee per raggiungere la zona centrale del lago dove lo attendeva Erin:
 - Hey, fai attenzione! Le ninfee sono parte di questo posto!
Erin si rituffò e raggiunse Ardath. L'armonia che percepiva in quel luogo l'aveva sempre fatta sentire come se i suoi sensi fossero cinque volte più efficienti, ed essi l'avevano portata a fidarsi a prima vista di quel giovane umano e l'atttrazione da lui esercitata era cresciuta ulteriormente dopo che si era spogliato. Così come le elfe hanno un sesso di dimensioni leggermente inferiori di quello delle umane, così quell'uomo aveva un sesso leggermente più grande di quello degli elfi maschi. Nulla che potesse impensierire Erin, nonostante fosse ancora inviolata, ma sufficiente ad accendere in lei il desiderio che peraltro non si era mai curata di sopire: aspettava semplicemente l'occasione giusta.

Erin riemerse di fianco ad Ardath, i loro occhi, a pochi centimetri di distanza l'uno dall'altro, si persero gli uni in quelli dell'altra: Ardath nei profondi e scuri occhi di lei ed Erin negli occhi di ghiaccio dello
sconosciuto così irresitibile:
 - Le ninfee sono delicate, basta un niente per... - Erin non finì la frase, vinta dall'attrazione delle proprie labbra verso quelle di lui si abbandonò in un rapido bacio seguito da un altro, e da un altro e da un altro ancora. Le mani di Ardath cinsero il corpo fresco e bagnato dell'elfa. Erin ricambiò l'abbraccio, i loro corpi vennero a contatto aumentando in entrambi il desiderio e la passione. Un bacio ora lungo e passionale fu suggellato dall'incontro delle loro lingue. Il membro di Ardath premeva ora sul piatto addome di Erin la quale, pur al colmo del desiderio, si svincolò dall'abbraccio di Ardath per tornare a nuotare, con uno sguardo invitante invitò l'uomo a seguirla; Ardath si mosse malfermo.
 - Eh, eh! Non dirmi che non sai nuotare! - Erin tornò verso di lui in un lampo. - Avanti, ti insegno almeno a galleggiare: rilassati, tira indietro la testa e solleva le gambe. Erin sostenne la testa di Ardath con un braccio, mentre con l'altro accompagnò le sue gambe.
 - Bravissimo, visto che è facile?
L'organo nudo di Ardath emerse dall'acqua, la punta rossa, bagnata ed invitante solleticò i pensieri di Erin che si sentì le labbra arse e, come se quella fosse una fonte fresca e dissetante, la sua bocca abbracciò il membro, la lingua ne accarezzò il profilo, le labbra ne percorsero una, due, tre volte l'intera lunghezza. Non era facile per Ardath mantenersi rilassato: piegò troppo la testa fino a farsi andare l'acqua negli occhi. Dopo che con un goffo colpo di reni rischiò di affogare riemerse per riprendere disperatamente respiro. Erin invece era rimasta in apnea, sentiva le sue braccia intorno ai suoi fianchi, aggrappate ai suoi glutei mentre la sua bocca proseguiva nella propria missione.

Infine riemerse con inarrivabile eleganza, di nuovo i loro occhi si in persero in quelli del compagno. E di nuovo le loro labbra si riallacciarono sensualmente. Con un colpo di reni Erin saltò abbracciando con le gambe il corpo del giovane. Far coincidere i loro genitali fu più facile di quel che pensasse, in quella posizione Erin si trovò con la faccia di Ardath tra i suoi seni, mentre lei gli carezzava i capelli lui iniziò a leccarla, intanto che l'elfa iniziò a muovere ritmicamente il bacino.

All'apice del desiderio Erin iniziò a mugolare sempre più forte, il respiro profondo e l'attenzione concentrata sulle parti del suo corpo più sollecitate: il membro di Ardath dentro di lei, la sua bocca a succhiare i suoi capezzoli, le sue mani a sostenerla dai glutei. Le mani di Erin nel frattempo si erano avvinghiate ai capelli di Ardath per poi scivolare sulle sue spalle muscolose. Arrivati all'orgasmo Erin lasciò inarcare il proprio corpo all'indietro fino a galleggiare sull'acqua. Poi si sganciò senza fatica e con la consueta elaganza. Grazie al fisico atletico la deflorazione non l'aveva fatta sanguinare. Nuotò ebra delle nuove emozioni da cui era stata piacevolmente travolta, consapevole di una fisicità nuova, uscì dall'acqua nello spazio roccioso tra due cascate, goccioline d'acqua continuavano a bagnarle il corpo esausto mentre, a gambe incrociate, tornò ad annodare i propri capelli in una lunga treccia. Quando venne raggiunta da Ardath aveva finito con quel lavoro e si era sdraiata sulle rocce ricoperte di morbido muschio. Ardath si coricò su un lato di fronte a lei. Insieme, teneramente abbracciati, si addormentarono.

Si risvegliarono con il Sole ancora alto, Erin fu in grado di stimare subito che erano passate non più di due ore. Per quanto umidi e costantemente idratati dagli sporadici schizzi delle cascatelle i loro corpi erano ormai asciutti. Ardath fu consapevole dell'odore del corpo di Erin, un odore morbido e sensuale quanto quell'elfa meravigliosa, una fragranza che ricordava la cannella. Erin gli sorrise mentre lui si perdeva nei suoi seni. Le aureole piccole e scure di Erin parevano essere la fonte di quell'odore ed Ardath vi si sprofondò nuovamente dentro. Erin lo accettò con piacere accarezzandogli nuovamente i capelli. Finirono per fare l'amore ancora ed ancora, in quell'alcova protetta dalle cascate e dalle rocce. Un talamo ammorbidito dal muschio, come se la natura avesse voluto plasmare un altare dedicato al sesso ed al piacere.

Quando tornarono finalmente a riva il sole stava ormai calando verso ovest. Erin si rivestì silenziosamente, quindi si offrì di accompagnare Ardath fino al margine della foresta. Era allegra e sorridente, cantava mentre leggera attraversava i boschi. Ardath, invece era taciturno: era facile immaginare il corpo nudo della giovane elfa, sotto quella tunica leggera. Correva scalza avanti ed indietro: si fermava ad aggiustare un ramo, parlava con gli scoiattoli, con i pettirossi, a volte addirittura con gli alberi più vecchi. Era ancora sorridente quando arrivarono al margine della foresta e si volse verso Ardath:
 - Laburan è da quella parte. Qui le nostre strade si dividono.
Ardath le diede un lungo bacio che non voleva rappresentare un addio:
 - Vieni con me...
 - Non posso, la mia vita è qui, non potrei fare a meno di questa foresta. Torna qui, quando avrai esaurito i tuoi doveri, a Laburan, e chiedi di un'elfa di nome Erin e ci incontreremo ancora. La mano di Erin scese lungo la giacca di lui, accarezzando il cotone spesso, intuendo soltanto il torace muscoloso dell'uomo. Ancora un amorevole bacio sulle labbra. Ancora gli occhi di lui in quelli di lei, poi Erin sparì leggera, correndo verso la vita, nella sua foresta.


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21/12/2006 - Una Storia di Natale
Dico io: ma si può essere lasciati dal proprio ragazzo il 24 di dicembre!? Attraversavo quasi di corsa la folla del
centro città dopo essermi alzata, rabbiosa, dal tavolino del café in cui il bastardo mi aveva dato il benservito. La
lunga e calda giacca imbottita mi cadeva slacciata dalle spalle. Il freddo aggrediva il mio corpo poco protetto,
coperto in alcuni suoi punti solo dalla lycra, per non parlare della profonda scollatura.
 
Urtavo i passanti senza farvi caso, così come loro urtavano me, assorti negli ultimi acquisti davanti alle sfavillanti
vetrine natalizie. La rabbia iniziava a lasciar spazio ad un senso di malinconia che sconfinava nell'invidia per le
coppie felici che incrociavo. Da un certo punto di vista il Natale è un periodo peggiore di San Valentino, per chi non
è accoppiato. Ed io non vivevo questo disagio da tempo immemore, ormai: non ero più abituata.
 
I piedi, nei tacchi alti, iniziavano a dolermi. Mi costrinsi a rallentare il passo. Il risentimento nei confronti del
mio ex si consumò ancora, sostituito da un nodo allo stomaco. Mi forzavo a non piangere, non soltanto perchè ero in
mezzo alla folla, ma soprattutto perchè sapevo che non se lo meritava.
 
Alla mia sinistra scorsi con la coda dell'occhio un barbone, sdraiato a terra. Scarmigliato, sfatto. Barba sfatta,
vestiti strappati. Nell'ordine pensai che lui non si curava affatto del periodo natalizio e che... in fondo, bhe:
ecco uno che sta peggio di me! Sono tendenzialmente contraria alla carità: con un sorriso di forma - ma dovrei
ammettere che è compassione, la mia - nego sempre i miei spiccioli, sia che stia uscendo da un negozio risistemando le
monetine nel portafogli che in occasioni come quella... Invece quella volta mi fermai, tornai indietro (avevo superato
il barbone già di una decina di metri) e ravanai dalle tasche per recuperare qualche moneta. Il tintinnio lo fece
probabilmente svegliare. Sollevò la testa di scatto verso di me, esplorò il mio corpo dal basso all'alto: le scarpe
alte col tacco, le gambe inguainate nelle autoreggenti, la gonna lunga quanto basta per non ghiacciare, il top nero,
attillato e scollato. Non si sforzò di ringraziarmi, come se il suo sguardo fosse sufficiente, per quello scopo.
Forse lo era sul serio: mi bloccai sui suoi occhi azzurri come l'acqua. Profondi. Per quanto la barba coprisse in
massima parte il suo volto lo collocai tra i 25 e i 35 anni, dalla bocca semi aperta uscivano nuvolette di vapore
acqueo. Dalla posizione semipiegata usata per lasciare la mia offerta mi rimisi verticale. Mi resi conto che
probabilmente il senza tetto aveva goduto, dalla sua prospettiva, di una vista panoramica della mia scollatura.
 
Bene, avevo fatto la mia buona azione annuale e potevo tornare ai miei problemi, ma mi sentivo stupida ad andarmene
così, senza dire niente...
 - Non hai freddo a stare lì?
Ma che razza di frase stupida!? Non era meglio un anonimo "Buon Natale", anzi, un "Buona Fortuna" vista la situazione.
Lui continuava a guardarmi, senza parlare, senza muoversi. Sempre sdraiato con la testa sollevata. Deglutii e guardai
altrove.
 - Casa mia è grande sai?
Oh, no! Di nuovo! Ma chi pensavo di essere? Un personaggio di Dickens? O forse volevo vendicarmi del mio ex (capirai
che gli sarebbe importato, anzi... si sarebbe fatto una risata)? Ma cosa dico? Semplicmente era una crisi di
masochismo autodistruttivo.
Lui si mise a sedere, si mosse con una certa agilità, fece ruotare il sedere sui cartoni unti e sporchi, quindi
abbracciò le proprie ginocchia e continuò a guardarmi. Aveva le pupille come due spilli, le iridi come due abissi.
 - Insomma, lo vuoi un buon pranzo?
Mi riconoscevo in quel tono di voce, ma non nel senso della frase: ok, era evidente che stavo per fare una di quelle
cose di cui si può anche fantasticare, ma...
 - Sì, lo voglio.
"No, scusa, non è una buona idea. Scusami e Buon Natale" è così che avrei dovuto rispondere e mettere fine a quella
pazzia invece rimasi io, questa volta, come incantata. Si girò in ginocchio a raccogliere con attenzione il contenuto
della cassetta metallica usata per le offerte. Le dita sporgenti dai buchi dei guanti di lana erano lercie, le unghie
incrostate di sporcizia. Si rimise in piedi.
 - Andiamo? O mi stavi prendendo in giro?
Esitai:
 - No, non ti stavo prendendo in giro. Vivo in una mansarda, qui in centro. Andiamo a piedi.
Giudicai la mia voce, piatta. Come la voce di qualcun'altro. Anzi, come la voce di una macchina. Lui invece aveva
una voce, calda e profonda. Ma aveva anche un odore sgradevole, pungente. Un misto di alcool, sudore, urina...
Ricordo poco della strada verso casa mia, ma posso immaginare gli sguardi delle persone intorno a noi; poche, forse
nessuna frase tra noi. Poi l'ascensore: trattenere il respiro non serviva a tenere lontano quell'odore. Mi chiesi
per quanto tempo quell'odore sarebbe stato impossibile da mandar via da quel piccolo ambiente: e la ditta delle
pulizie? Cosa avrebbe pensato?
 
Finalmente arrivammo a casa, aprii la porta ed accesi la luce.
 - Quello è il bagno. Datti una lavata. Ti darò dei vestiti puliti. C'è anche un rasoio elettrico nel mobile. Se
servono posso darti delle forbici.
 - Grazie - si limitò a dire.
Mi misi ai fornelli, in frigorifero c'era già tutto quanto avremmo mangiato questa sera io ed il mio ex... sarebbe
stato qualc'un altro a goderne. E forse... a godere anche di qualcos'altro... ma non ne ero più molto sicura dopo
l'esperienza dell'ascensore! Mi accorsi che non gli avevo mai chiesto il nome, mi appuntai di farlo dopo che fosse
riemerso dal bagno. Dalla porta del quale sentivo i rumori dell'acqua. I ticchettii delle tronchesine (ecco qualcosa
a cui non avevo pensato: ma lui aveva trovato da solo il tagliaunghie), un lungo periodo di silenzio e poi il ronzio
del rasoio che il bastardo aveva lasciato a casa mia. Anche i vestiti erano i suoi: ero entrata in bagno mentre era
sotto la doccia e glieli avevo lasciati, ben piegati, sulla lavatrice. Avevo preso i suoi che aveva abbandonato sul
pavimento e avevo portato tutto sul balconcino della mansarda.
 
Andai a mia volta a prepararmi in camera mia, indossai l'abito leggero, sottile e provocante che avevo acquistato
appositamente, calzai i sandali con i laccietti, abbastanza comodi per stare in casa e sufficientemente maliziosi
per farmi sentire sexy. Tornai in cucina, controllando il timer del forno mi accorsi che il mio ospite era in bagno
ormai da quasi due ore. Quando finalmante sentii aprirsi la porta del bagno fui investita da un odore ben diverso da
quello di poche ore prima! Aveva usato il mio bagnoschiuma e certamente non aveva lesinato sul sapone. I pantaloni
neri e la camicia bianca del bastardo sembravano un po' troppo larghi per lui, ma nel coplesso era perfetto. I piedi
nudi sul palchetto non risultavano certo curatissimi ma gli davano un aspetto grezzo in netto contrasto in confronto
ai tessuti raffinati degli abiti che indossava. E poi il volto. Aveva tagliato la barba e regolato i capelli.
Manteneva un aspetto trascurato ma ora poteva essere definito maschio, il fisico secco, il volto scavato ma il corpo
di costituzione robusta lo facevano apparire come un esploratore al termine di un viaggio avventuroso. La carnagione
chiarissima (da quanti anni non aveva tagliato la barba?) metteva in risalto gli occhi profondi e penetranti. Ora ero
sicura di come avrei occupato il resto della serata, dopo la cena.
 
Servii le tartine con le bibite lievemente alcoliche previste come aperitivo. Mentre il forno finiva di rosolare il
secondo di carne e le patate, mangiammo in un silenzio imbarazzato. Mi sarei aspettata - e lo avrei capito - che si
gettasse selvaggiamente sul cibo, invece lo assaporava composto, come se temesse che scomparisse da un momento
all'altro, insieme a me e casa mia.
 - Spero che sia di tuo gradimento anche il resto.
 - Puoi immaginare di sì, visto la vita che faccio... - nelle sue risposte monosillabiche non mi aveva mai dato del
tu, ora quella confidenza presa con arroganza mi causò un brivido. Ma non ero offesa, anzi: ero contenta che si
trovasse a proprio agio. Mi colpì anche il modo di parlare da persona istruita: chi avevo davanti? Non sapevo nulla
di lui se non che vivesse da anni senza un tetto sopra alla testa.
 - Come ti chiami?
 - Aspettavo che me lo chiedessi: mi chiamo Claudio.
Quell'osservazione, stavolta, mi bruciò un po'. E poi lui non era certo da meno:
 - Neanche tu hai chiesto il mio.
 - Ti chiami Lidia, c'è scritto sul campanello. E sei una di quelli che si lavano la coscenza, a Natale, ospitando un
senzatetto.
 - Invece ti sbagli: è la prima volta che lo faccio, e se il mio fidanzato non mi avesse lasciato oggi tu ora non
saresti qui.
Interruppe di masticare. Mi osservò dritta negli occhi per alcuni secondi poi tornò a dedicarsi al proprio piatto:
 - Meglio così.
Sorrisi e bevvi un sorso di vino rosso. Le portate si susseguirono una dopo l'altra. Per essere una cena di Natale era
attentamente calibrata per permettere ai commensali di dedicarsi ad attività ricreative diverse dal Monopoli alla fine
del pasto.
 - Bene, allora penso che dovrò togliere il disturbo... - disse pulendosi le labbra col tovagliolo.
 - Non vedo perchè: anzi pensavo di aspettare la mezzanotte insieme. - risposi giocando con il laccetto intorno al
collo. Mi alzai e mi misi in piedi alle sue spalle. Gli massaggiai le spalle: erano rigide e tese, ma davano un senso
di sicurezza, come se avessero potuto sostenere il mondo intero. Dopo alcuni minuti finalmente sentii che i suoi
muscoli iniziavano a sciogliersi. I miei pollici facevano pressione sul suo collo, portai la mano dietro la mia
schiena, al laccio che tratteneva il vestito al mio corpo. Cadde subito scoprendomi i seni, e lasciandomi in tanga e
sandali. Le mie mani scivolarono poi al colletto, accarezzarono la superfice del petto sganciando i primi bottoni. Poi
afferrai lo schienale della sedia e la girai verso di me, le gambe della sedia strisciarono sul palchetto con un
rumore sgradevole.
 
Claudio mi osservava con quei suoi occhi... Da quanto non toccava una donna? Ero consapevole della mia bellezza ed
ero certa che dietro il suo atteggiamento distaccato celasse un desiderio che avrei saputo tirargli fuori. Lo
fronteggiai a gambe divaricate, mi sedetti sulle sue ginocchia e gli diedi un lungo bacio. Chiuse gli occhi e
ricambiò, ma le sue mani non si mossero dai braccioli. Quando le nostre labbra si staccarono tornò ad osservarmi
senza parlare. Scivolai in ginocchio, slacciai la cintura ed abbassai la zip dei suoi pantaloni. Quello che il
gonfiore dei pantaloni permetteva solo di intuire venne confermato dai boxer chiari prima e da quel membro enorme,
caldo e duro che riempiva la mia mano. Lo succhiai senza fretta, mi riempiva la bocca, mi faceva dolere le labbra.
Non osai spingerlo in fondo, ma immaginai di doverlo lavorare senza esagerare, se effettivamente non toccava una
donna da tanto tempo. Mi mossi sinuosamente verso la sua destra, in modo che potesse osservare bene il mio corpo
nudo. Finalmente suscitai in lui una reazione cosciente, oltre all'erezione istintiva: la sua mano, piacevolmente
tiepida, seppur ruvida, accarezzò tremante la mia schiena. Scese sul mio sedere acquistando progressivamente
sicurezza: ciò che fece quando si introdusse sotto al filo del mio tanga mi fece irrigidire. Mi staccai dal suo
membro trattenendo il fiato ed allargai le gambe. Il suo indice era entrato a metà nel mio ano, e medio ed anulare
si facevano strada nella mia vagina. Mi accostai alla sedia con il cuore che batteva di desiderio ed il respiro
affannoso il suo braccio destro a contatto del mio corpo, i muscoli tesi, la mano sinistra sulla mia spalla e poi
sotto l'ascella, e a stringere un seno: bastava il suo pollice a stimolarlo. Ci baciammo ancora, stavolta le nostre
lingue si incontrarono, lottarono come simulando l'imminente amplesso.
 
Estrasse l'indice mentre le altre due dita di allargavano come per prendere le misure della mia grotta. La mano
sinistra mi sosteneva la schiena, mi sollevò in braccio continuando a penetrarmi con le dita.
 - La camera da letto è a destra - dissi staccando per un attimo le mie labbra dalle sue.
Mi sdraiò sulle lenzuola pulite che avevo cambiato quella mattina, estrasse le dita da me e mi fronteggiò mentre io,
a gambe larghe, mi preparavo ad ospitarlo. Nonostante fossi già bagnata l'ingresso di quel membro enorme mi fece
ugualmente male. Lui lo intuì ed i suoi primi movimenti furono cauti e lenti, abbracciai il suo corpo affondando le
unghie nella sua schiena, poi seguii la linea dei muscoli della schiena mentre accelerava i movimenti.
 - Così... è bellissimo - dissi prima di prendermi il labbro inferiore tra i denti.
Aprii la bocca e succhiai un lobo, i movimenti di Claudio si fecero più lenti. Mi baciò teneramente, poi spostò la
testa in basso e mi succhiò un capezzolo continuando a penetrarmi. Strinsi le gambe intorno alla sua schiena, fino a
pochi secondi prima avrei pensato che la mia passerina si sarebbe dilatata in quel modo solo per un parto. La
sentivo elastica, tra le gambe: come l'impugnatura in gomma di un martello.
 
Claudio tornò ad accelerare i movimenti. Sentti cresciere in me l'orgasmo. Venimmo insieme mentre le mie unghie
ancora artigliavano la sua schiena.
 - Sì, è meraviglioso - dissi tra i gemiti.
Claudio si staccò da me, scivolando verso il fondo del letto ed afferrandomi alle caviglie, mi trascinò verso
l'angolo del letto, una gamba per lato, e infilò la testa tra le mie gambe e succhiò a lungo il mio sughetto misto
al suo, mi puntellai sulle braccia, restando piegata a metà, mentre tornai subito a godere. Dopo minuti che parvero
infiniti si rimise in piedi, mi abbracciò verso se, rimettendomi in piedi. Potevo percepire distintamente ogni
centimetrol del suo corpo caldo a contatto del mio, il suo membro nuovmaente eretto solleticava i peli del mio pube.
 
Claudio mi fece appoggiare la schiena al muro, mi sollevò dalle ascelle e mi penetrò così, in piedi. Venne un'altra
volta. Mi misi in ginocchio stremata, il suo seme colava lungo le mie gambe. Presi in mano il suo pene e lo ripulii
con la lingua. Mi stupii che stesse già tornando in erezione. Mi sentivo come se, novella Pandora, avessi aperto un
vaso colmo di piacere, anziché di male. lo sentii crescere tra le mie labbra, allargarle. Lo ospitai in bocca finché
potei, continuai a lavorarmelo finchè non venne per la terza volta. Un getto meno abbondante dei precedenti invase
la mia bocca. Caldo e salato. Lo ingoiai avidamente. Solo allora ci staccammo per riposarci, abbracciati uno
all'altra, sul letto. Claudio si addormentò subito e non udì mai la mia prima dichiarazione, che avrei ripetuto
il giorno dopo:
 - Buon Natale, amore mio.


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